Glifosato: il giardiniere con il cancro vince la causa contro Monsanto

DeWayne Lee Johnson ha 46 anni e gli è stato diagnosticato un cancro alla pelle, ora in fase terminale. Il tribunale di San Francisco ha riconosciuto come causa la cancerogenicità del glifosato che il giardiniere usava e ha condannato la Monsanto, produttrice dell'erbicida, a pagargli 289 milioni di dollari.

11 Agosto 2018

Ci sono altre migliaia di querelanti, ma intanto DeWayne Lee Johnson ha portato a casa la sua vittoria facendo condannare il gigante dell’agrochimica Monsanto, responsabile anche per i giudici di avergli tolto il diritto a vedere crescere i due figli, di 10 e 13 anni. Il tribunale ha riconosciuto la cancerogenicità del glifosato contenuto nel Roundup e nel prodotto «fratello» Ranger Pro, con cui il 46enne irrorava gli spazi esterni delle scuole di cui era custode e giardiniere a Benicia, nella Bay Area.

La Monsanto, che ogni anno guadagna dal diserbante lanciato a metà dagli anni Settanta e diffuso in tutto il mondo oltre 4 miliardi di dollari, dovrà pagare a Lee 289 milioni tra danni economici e morali e risarcimento punitivo.

La lettura del verdetto in aula

Nel 2014 Johnson aveva scoperto strane macchie sulla pelle: i medici gli avevano diagnosticato un linfoma non-Hodgkin. Johnson aveva chiamato due volte il numero verde della Monsanto per informarsi di eventuali rischi dopo essersi inzuppato di erbicida per un malfunzionamento dell’innaffiatore, ed entrambe le volte si era sentito promettere, invano, che l’avrebbero richiamato. È stato il suo datore di lavoro, informato della malattia, ad aprirgli gli occhi e a spingerlo alla denuncia: «Generalmente passano due anni per prendersi un cancro con quei prodotti», gli aveva detto.

La Monsanto — ha spiegato l’accusa nel mese di dibattimento — avrebbe deliberatamente silenziato gli allarmi sui pericoli del glifosato. Lo dimostrerebbero anche le mail interne all’azienda, dove si legge di tentativi di insabbiare studi scientifici sfavorevoli e promuoverne, persino aiutando a scriverli, altri «assolutori», secondo un copione che ricorda le manovre di «Big Tobacco» per nascondere i rischi delle sigarette. La complessità del processo stava però nel fatto che la pericolosità dell’agente chimico è ancora oggetto di diatribe scientifiche: nel 2015 l’Organizzazione mondiale della Sanità l’ha classificato come «probabile cancerogeno» per gli esseri umani, ma né l’Epa, l’Organizzazione americana per la protezione dell’ambiente, né le agenzie europee per la sicurezza degli alimenti e per i prodotti chimici hanno offerto pareri simili. Ma la giuria è stata netta: «I prodotti avevano rischi potenziali noti al momento della loro produzione e vendita? Sì. La mancanza di avvertenze sui rischi è stato un fattore sostanziale nel causare danno al dottor Johnson? Sì».

Secondo le leggi della California, a Johnson era stato garantito unprocesso veloce perché i medici hanno testimoniato che gli resta poco da vivere. Il verdetto aprirà la strada a migliaia di altri processi dall’Arizona al Nebraska. Nel frattempo la Monsanto è stata acquistata per oltre 60 miliardi di dollari dalla tedesca Bayer, che sta pensando di cambiarle nome.

di Terra Nuova


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