Bioplastica, luci e ombre

Se la bioplastica per un certo periodo pareva a molti l’alternativa risolutiva alla plastica ricavata da idrocarburi, negli ultimi tempi sono emersi chiaramente i limiti della produzione in questo senso. La necessità, infatti, di materiale vegetale per le bioplastiche impone una seria riflessione sull’uso del territorio e sulle energie e le risorse necessarie per coltivare piante destinate poi all’industria.

19 Giugno 2018

La cosiddetta bioplastica è un prodotto di origine vegetale biodegradabile che si può ricavare da varie colture, come ad esempio il mais, la patata e la canapa. Rispetto alla plastica tradizionale, che impiega all'incirca un migliaio di anni per decomporsi, le bioplastiche hanno tempi di decomposizione estremamente più veloci e brevi. Ma la loro produzione reca con sé un problema di fondo: per diventare una possibile alternativa ai materiali derivati dal petrolio ci sarebbe necessità di grandi quantità di materiale vegetale da trasformare, che quindi andrebbe coltivato in modo intensivo su vaste aree e porzioni di territorio, che verrebbe così sottratto alle coltivazioni per uso alimentare e alle aree verdi, per di più con grande dispendio di acqua ed energia per la coltivazione stessa.

Insomma, un po' lo stesso punto debole delle biomasse: bisogna coltivare vaste aree di terreni sottraendole ad altre destinazioni, con dispendio di energia e acqua, per poi bruciare i raccolti o trasformarli in bioplastiche. Quindi dal punto di vista della sostenibilità sono emerse forti perplessità. È evidente che non si può pensare di riconvertire i consumi da plastica a bioplastica mantenendo le attuali quantità consumate; quindi andrebbero drasticamente comunque ridotti i consumi di bioplastiche in modo da consentire che siano sufficienti solo gli scarti delle lavorazioni agricole già in atto.

Ne abbiamo parlato con Giovanni Milazzo, 24 anni, catanese, artefice del progetto Kanesis che punta sulla canapa per la produzione di bioplastiche.

«La bioplastica nasce come alternativa alla plastica tradizionale e garantisce la biodegradabilità fino al 100%. Le prime sperimentazioni si sono concentrate sulla produzione da materie prime quali il grano, la tapioca, le patate, il mais e la canna da zucchero. Più di recente, la ricerca è arrivata a teorizzare che è possibile ricavare la bioplastica da gran parte delle materie prime e degli scarti organici. Le bioplastiche riducono l’uso del petrolio e le emissioni di CO2 e si degradano del tutto, riducendo sensibilmente gli oneri di gestione dei rifiuti. Trasformandosi in compost, possono essere utilizzate come fertilizzante agricolo».

Andrebbero dunque utilizzati gli scarti agricoli laddove presenti, purché non si inneschi una spirale speculativa anche su questo fronte.

Il settore delle bioplastiche permette anche di chiarire una volta di più l’opportunità della “riabilitazione” della canapa, spesso confusa con la cannabis contenente il principio attivo. La canapa è una pianta versatile e robusta, utilizzabile per usi medicinali, alimentari, nel settore dei biocombustibili e della stampa 3D.

di Laura Pescatori

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