Per una permacultura illuminata

La certezza di essere dalla parte della ragione, di avere un messaggio fondamentale per la salvezza del pianeta, sia esso la permacultura, una pratica spirituale o una nuova scuola di alimentazione fa assumere in molti un atteggiamento di superiorità, con il rischio di oscurare la validità del messaggio stesso.

03 Dicembre 2004
«Questo mi fa proprio incazzare» grugnii sbattendo l'ultimo Aam sul tavolo della cucina. Ancora un esempio di avidità da parte di una multinazionale, un ennesimo atto di rapina di un bene ambientale, ancora una specie estinta. Mio marito abbandona per un attimo il ragù di seitan sul fornello e mi apostrofa:

«Se ti fa quell'effetto, perché continui a leggere quell'articolo?»

Eh già. La permacultura mi è piaciuta perché offriva delle soluzioni Positive. La lotta bruciante dell'ecologismo militante non era per me, anche se poteva sembrare l'unico modo di aiutare un pianeta sofferente.
Ma le piccole vittorie mi sembravano così fragili ed effimere di fronte alla rapina all'ingrosso nella quale viviamo, che era troppo scoraggiante.

L'approccio costruttivo della permacultura conveniva al mio carattere, alle mie speranze e al mio desiderio di non piombare in piena depressione. Eppure quelle liste di prodotti con ingredienti Ogm nascosti, quella nuova legge sulla caccia, continuano a farmi arrabbiare e a farmi secernere bile amarissima... Allora mi chiedo: c'è qualcosa di positivo in questo sdegno furioso?

La forza della rabbia
«Eccome!» immagino avrebbe detto Bill Mollison. D'altronde, l'ideatore della permacultura ha dichiarato più volte che è stata la rabbia ad averlo motivato nel suo lavoro. In alcuni casi, la rabbia può essere una forza potente. Una volta, raccontando a degli studenti la storia di un piccolo paese di pescatori messicani, in passato prospero e oggi ridotto alla fame a causa dell'installazione di un mangimificio per animali da compagnia, Mollison concluse, rivolgendosi ai consumatori di cibi per cani e gatti: «Invece di comprare pet food, questi signori farebbero prima ad ammazzare bambini messicani e darli come cibo al loro Bobby, perché è essenzialmente quello che sta succedendo a causa di quest'industria». Solo usando espressioni così forti - sosteneva Mollison - la gente si sentirà indignata e un po' colpevole e magari pronta a fare qualcosa.

Anche la permacultura, come tanti altri movimenti d'avanguardia, ha la sua quota di uomini arrabbiati e litigiosi (sì, sono generalmente uomini); ma la loro rabbia lascia spesso uno strascico di macerie. In molti casi, dietro a queste figure carismatiche e alla loro opera magnifica, c'è una scia di comunità frantumate, di sostenitori confusi e amareggiati, di coppie scoppiate.
Una scia di malcontento che spesso crea una motivata opposizione all'interno del movimento stesso.

Tori furiosi e bisbetici carismatici
Che ci voglia gente con la rabbia dentro per fare una rivoluzione sembra evidente. Eppure man mano la permacultura diventa più matura e i suoi confini più precisi, a me sembra che ci sia meno bisogno di tori furiosi e bisbetici carismatici. Rendo onore al lavoro - e sì, mi piace anche la personalità - di questi collerici. Non saremmo qui senza di loro, e loro sarà sempre il posto a capo tavola. Ma per sostenere una rivoluzione ci vogliono altri metodi che per crearla. All'inizio c'è da buttare giù la porta e suonare l'allarme.

Poi però, bisogna tenere unita una comunità e poter accogliere i convinti, gli incerti e gli oppositori. Uno che freme di rabbia esprimendo quella che Jung chiamava «l'ombra» spruzzerà tutti, amici e nemici, con tossine che alla fine possono finire con l'avvelenare l'intera comunità.
Non è che ce l'abbia con gli uomini arrabbiati in particolare. Ognuno ha il suo bel carico di problemi irrisolti, qualche aspetto difficile e sono proprio questi a ferire
le persone che ci sono vicine, quelli a cui vogliamo bene o i nostri colleghi di lavoro.

Molte comunità o movimenti, anche se uniti da una visione comune, inciampano quando personalità - paure, rabbie, insicurezze, ego - si manifestano in modo distruttivo. Recentemente un gruppo di amici ha abbandonato un ecovillaggio. «Passavamo tutto il nostro tempo nelle riunioni» si lamentavano. «Ci sono volute sei ore di lavoro di consenso per decidere di far riparare la lavatrice. Non ne potevo più.»

Quante volte abbiamo sentito lamentele simili riferite ad associazioni, cooperative o ecovillaggi?

Le comunità che funzionano possiedono, o si vedono forzate a sviluppare, qualcosa in più di una visione comune. I suoi membri elaborano delle vere e proprie tecniche per «stare insieme» e per affrontare i conflitti, anche se questo vuol dire rivolgersi a un facilitatore in grado di identificare i conflitti e le motivazioni che stanno alla base delle dinamiche del gruppo, distinguendo le questioni personali dai bisogni comuni. Soltanto allora sarà possibile progredire parallelamente sul fronte interpersonale e quello comunitario.

In molti casi, quelle riunioni di sei ore per una lavatrice non sono altro che la spia di un malessere profondo che non trova altri sfoghi, la camerata cacofonica formata dal «bambino» che ognuno porta dentro, le «ombre» che litigano a causa di bisogni mai espressi. Non c'è da sorprendersi se in queste condizioni gruppi e comunità finiscono per incagliarsi alle prime difficoltà. Se metto tutto il mio impeto nel discutere della riparazione della lavatrice, senza capire che invece sto combattendo con i fantasmi di un padre assente o di una madre deprimente, è molto probabile che la «riunione» sarà infruttuosa, o quanto meno durerà fino a quando non ci sarà una svolta psicologica risolutiva.

Una permacultura illuminata
Tenendo conto di queste premesse, l'unico appello sensato è quello di lavorare seriamente su noi stessi, per un'azione più consapevole e attenta in permacultura. Una specie di permacultura «illuminata». C'è già una tendenza in questa direzione, come si vede da quello che sta accadendo con la nuova generazione di insegnanti. All'inizio il corso di progettazione in permacultura consisteva in una serie di lezioni - spesso dettate da uno di quei bisbetici carismatici - e anche se la materia poteva essere ben più olistica e vitale di un curriculum convenzionale, il formato era sempre quello della tipica aula rinchiusa.

I primi studenti di permacultura si son resi conto che l'aspetto comunitario del corso di progettazione era persuadente e motivante quanto i contenuti. E quando questi studenti sono diventati a loro volta insegnanti, hanno cominciato a lavorare in modo esperienziale, stimolando lo spirito d'équipe. Molti di questi insegnanti hanno anche ricevuto insegnamenti non tradizionali, hanno seguito percorsi spirituali e lavorato profondamente per il proprio sviluppo personale.
Così hanno apportato una coscienza differente all'insegnamento della permacultura.

Un altro esempio dell'evoluzione della permacultura è la crescita del concetto di «Zona Zero». Inizialmente, tale termine contrassegnava la «prima zona» di un'area agricola, cioè l'area più vicina all'abitazione. In un secondo tempo la definizione fu estesa anche agli abitanti. «Lavorare la Zona Zero» vuol dire dunque organizzarsi per risolvere le problematiche personali.

Un concetto eminentemente utile per motivare progetti e vite più coscienti. La scorsa estate, l'incontro Build Here Now (Costruisci Qui Adesso) che ha riunito presso la Lama Foundation di Taos (New Mexico) esponenti del mondo della permacultura, bioarchitettura e spiritualità, è un buon esempio di questa nuova tendenza. La piccola comunità spirituale di Lama fu praticamente invasa da cento costruttori infangati e «permies» pontificanti.

Allo stesso tempo però, vi erano costanti richiami ai livelli più elevati dell'esistenza - le bandierine tibetane che garrivano al vento, il suono dei canti devozionali del mattino - e l'ambiente stesso dalla comunità avvolgeva e nutriva tutti i partecipanti, favorendo una connessione che non avevo mai sentito a una conferenza, fosse essa di permacultura o di altro tema di carattere ecologico.
Lì ho potuto intravedere un mondo nel quale il nostro essere intimo, la nostra spiritualità e le nostre mani operose si potevano finalmente riunire.

Predicatori o ascoltatori?
La permacultura ha sempre sostenuto che è essenziale tenere conto del milieu culturale «dell'utente» di un progetto. Io applicherei questo principio a tutto il nostro lavoro. Fino a quando noi permacultori non esploreremo la matrice delle forze psicologiche, che in maniera conscia e inconscia ci condizionano, e le altre cause di conflitto interno, continueremo a piantare semi di distruzione per il nostro movimento e a essere ignorati, temuti o disprezzati dal mondo «convenzionale». Per creare delle comunità sostenibili è necessaria la più elevata forma di fiducia in se stessi e allo stesso tempo c'è bisogno di gente «emozionalmente sana».

In cosa si distingue il «permacultore illuminato»?

Facciamo un esempio. Mettiamo il caso che una grande azienda privata richieda una consulenza per progettare un nuovo stabilimento. Se andate all'incontro già su di giri e tronfi del dogma della sostenibilità, e sentenziate: «Siete fondamentalmente gente terribile, sbagliate tutto, ma io vi dirò come fare», è probabile che perderete la commessa. Di fatto molti di noi hanno un atteggiamento simile nei confronti del mondo convenzionale.

Se invece si fa lo sforzo di ascoltare e chiedere: «Quali sono i vostri obiettivi?» Allora magari vi accorgerete che il vostro committente non necessariamente sta cercando di «distruggere l'ecosistema e schiavizzare il mondo». Probabilmente desidera solamente «avere impiegati più produttivi ed evitare sprechi.»

È possibile conciliare una richiesta del genere con i principi della permacultura?

All'epoca di un'economia prevalentemente manifatturiera, «più produttività» significava essenzialmente fornire al lavoratore una macchina più veloce e assicurarsi che sfornasse più pezzi all'ora. Ma oggi, la maggior parte delle aziende producono «idee» e i manager non possono dire all'impiegato: «L'anno prossimo ho bisogno del 20% in più di creatività da parte tua». Quello che si può fare è assicurare un ambiente di lavoro più idoneo che magari stimoli la creatività.

È qui che si apre uno spazio di progettazione interessante. Uno spazio di lavoro più confortevole può voler dire più finestre sul lato sud, più calore passivo, meno luce fluorescente, una mensa che serve prodotti biologici, coltivati in loco al posto dell'inutile prato all'inglese, una Living Machine1 nell'atrio e tante altre idee ancora.

Imparare ad osservare
L'introduzione di soluzioni ecologiche, un ambiente più umano e confortevole, più a contatto con lo spazio esterno, magari con la natura circostante, è probabile che stimolerà la creatività e forse anche qualcosa di più, un modo di pensare più olistico ed ecologico. Forse qualcuno comincerà a intravedere le possibilità anche di migliorare in senso ecologico il proprio stile di vita e di abbandonare la «corsa al successo» (ma questo è meglio non farlo sapere al committente) e desiderare un'esistenza più piena. In ogni caso, anche se solo una piccola parte di questo quadro così positivo si dovesse avverare, sicuramente sarà molto di più di quello che è possibile ottenere voltando le spalle o facendo la predica al committente.

Noi permacultori sentiamo come il peso di un messaggio nuovo e rivoluzionario, che facciamo fatica a tenere dentro. Lo vorremmo urlare al mondo intero. Ma a nessuno piace sentire denunciare i propri errori da un estraneo - i predicatori non sono molto popolari fuori dalle loro chiese. Insomma, quello che sto cercando di dire è che per insegnare la permacultura in maniera innovativa, aiutare la comunità a migliorare, collaborare con più gente possibile, è necessario imparare ad ascoltare di più e a parlare meno. D'altra parte uno dei cardini della permacultura è proprio l'osservazione. È necessario osservare con cura non solo l'ecosistema naturale, ma anche quello interno a noi, in modo da essere più consapevoli delle nostre azioni. Il semplice atto di ascoltare con attenzione e cura noi stessi e gli altri, ci consente di fondere la proposta della permacultura in maniera più dolce, aprire nuovi passaggi e forgiare alleanze durature.


Articolo tratto da Terra Nuova - Dicembre 2004

Lettura consigliata:

- Introduzione alla permacultura

di Toby Hemenway

Per una permacultura illuminata
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