Tutto è vita: il progetto che sfida il tabù della morte

Sulle colline pratesi sta sorgendo un luogo destinato a essere pressoché unico in Europa: un villaggio ecosostenibile con un hospice per malati terminali che farà della meditazione e del dialogo interreligioso e interculturale il fondamento per accompagnare gli ospiti nel loro fine vita.

18 Febbraio 2020
Tutto è vita: il progetto che sfida il tabù della morte. Stili di vita

La cornice è la natura rigogliosa della valle del Bisenzio, nel comune di Cantagallo, provincia pratese; il luogo è il borgo abbandonato di Mezzana, carico di una particolare energia, che una comunità compatta e determinata sta recuperando e ricostruendo; la motivazione è un amore immenso per la vita, che contempla anche la più grande attenzione possibile per chi passa attraverso il momento di dirle addio. Si chiamerà Il Borgo Tutto è Vita e ospiterà residenze e hospice per accogliere le famiglie che vogliono vivere in comunità e condivisione, volontari ma soprattutto chi, giunto al «tramonto» dell’esistenza per malattia o vecchiaia, vorrà affrontare e vivere in profondità, consapevolezza e maturità spirituale tutti i momenti che restano prima della morte… «perché la morte non è mai l’opposto della vita, è solo un passaggio della vita stessa» dicono al borgo.

Il progetto è promosso dalla comunità dei Ricostruttori nella preghiera, guidata dalla forza e dal carisma di padre Guidalberto Bormolini, e dall’associazione Tutto è vita, nata proprio per dare corso e corpo a questa sfida. «Qui prima non c’era nulla, solo ruderi di un villaggio di montagna abbandonato negli anni ’70, non c’era nemmeno la strada, l’ha rifatta la Regione»: padre Bormolini si guarda intorno con occhi vivi che esprimono determinazione e un cuore capace veramente di «accogliere». Maglietta, felpa, le mani di chi lavora ogni giorno duramente senza risparmiarsi.
«Qui è tutto in autocostruzione, abbiamo monaci, monache e volontari che ci aiutano, sarà tutto frutto del nostro impegno e della nostra attenzione. Il mio ringraziamento va a loro e a chi ci ha creduto fin dall’inizio, mettendoci anche a disposizione il denaro necessario», come per esempio, tra i tanti, l’Unione Buddhista Italiana. «E alle personalità che ci hanno sostenuto come testimonial», come per esempio, tra i tanti, Franco Battiato, Simone Cristicchi e il rabbino capo emerito di Firenze Joseph Levi, «a dimostrazione che qui non è questione di credo religioso, ma di ciò di cui si nutrono spirito e anima» dice Bormolini.

«Ricostruire da queste vecchie mura una speranza che non finisca mai» canta Daniele Poli, polistrumentalista e volontario dei Ricostruttori, in un brano musicale che ha dedicato proprio a questo progetto.
Ed è quello che si sta facendo.

Villaggio, meditazione e hospice

«Nel complesso del borgo realizzeremo un villaggio ecosostenibile abitato da famiglie con bambini e da una piccola comunità di monaci, in un rapporto essenziale e diretto con la natura, ma che possa anche ospitare viandanti e cittadini interessati ad approfondire il dialogo interculturale e interreligioso» spiega padre Bormolini. «Poi ci saranno due strutture residenziali, la Casa del Grano, luogo incentrato sulla meditazione, e l’Hospice, che ospiterà persone con malattie terminali o inguaribili che vorranno soggiornare qui nelle diverse fasi del loro percorso, anche insieme ai famigliari. Vorremmo offrire loro un accompagnamento sanitario e spirituale non confessionale, con personale medico e infermieristico appositamente formato e l’aiuto dei volontari».

Poi tutto il complesso sarà votato alla sostenibilità e alla ricostruzione di uno stretto legame con la terra e la natura. «I terreni intorno sono destinati a colture biologiche, anche con il reinserimento di specie vegetali locali e tutti gli edifici sono ristrutturati e ricostruiti con tecniche di bioedilizia» prosegue Bormolini.

Le tempistiche

Il Comune di Cantagallo e la Regione Toscana sostengono il progetto e vi guardano con attenzione, fin da quando, nel 2015, i Ricostruttori hanno vinto il bando dell’amministrazione per aggiudicarsi il terreno e i dodici ruderi che vi rimanevano. Se i tempi stimati saranno rispettati, in autunno sarà pronta una prima parte dell’area, che ospiterà già alcune attività di meditazione e incontro; poi, intorno alla fine del 2020, dovrebbero essere ultimati la Casa del Grano e il villaggio per le famiglie; l’hospice a seguire. L’area interessata dall’intervento copre circa trentamila metri quadri, di cui novemila resteranno di pertinenza del borgo residenziale e milletrecento saranno destinati all’ospitalità per i malati.

Il tutto immerso in qualche ettaro di boschi e campi, dove peraltro le coltivazioni potranno anche essere in collaborazione con altre realtà, «per puntare a una sorta di autosufficienza agricola della vallata che potrebbe vedere anche la costituzione di un consorzio» spiega ancora Bormolini.

Una scelta di vita

Nel contesto, dunque, di una natura amica, rigogliosa, di un quotidiano sobrio ed essenziale, matura, o può maturare, una coscienza differente della morte, una modalità e predisposizione d’animo che regalino agli ultimi momenti della vita lo splendore che forse è loro proprio, per assaporare appieno l’esistenza, fino all’ultimo respiro, nella consapevolezza più completa. È questa l’idea che muove e ha mosso Bormolini e la sua comunità.

«Qui c’è l’opportunità di comprendere che la vita, al di là del nostro personale orizzonte, è propria di tutti, è un Uno che comprende essere animati e inanimati, animali e uomini, materia e spirito. E ciascuno di noi ne fa parte, ne è cellula integrata e integrante» spiega il monaco pratese. «E se abbiamo il cosmo dentro di noi, quale momento migliore per acquisirne contezza se non quello per il quale cerchiamo il maggiore conforto, cioè la morte? In ciascuno di noi è custodito un mistero, che non richiede appartenenza religiosa per esistere e palpitare, ma che può senz’altro risvegliare un’appartenenza sopita. La meditazione può essere lo strumento perché questo avvenga, può aiutarci a partecipare alla rivelazione di ciò che realmente siamo. Non bisogna per forza credere in un Dio per venire qui, ma aiuta la consapevolezza di appartenere a qualcosa di più grande di noi».

L’organizzazione dell’hospice

È chiaro dunque come il cuore del progetto sia e resti l’hospice per malati terminali, che si avvia a diventare, per le sue caratteristiche, un’esperienza pressoché unica in Europa. E che ha già il cosiddetto decreto di compatibilità della Regione, premessa alla convenzione con il Sistema sanitario nazionale, in modo che i servizi siano gratuiti e l’accesso permesso a tutti. Peraltro, la Regione Toscana ha già proposto all’associazione di aprire un tavolo di confronto sulla spiritualità nelle cure.

L’organizzazione della struttura non lascerà nulla al caso, sono previsti quindici dipendenti, più tutto l’aiuto del personale volontario. «Puntiamo alla presa in carico precoce di chi soffre e riceve una diagnosi infausta, già da quando è ancora autosufficiente e può partecipare in autonomia a tutte le attività del centro» spiega Bormolini. «Non ci sarà segregazione o separazione tra malati, sani, personale medico e infermieristico e volontari, benché ai malati saranno comunque garantiti e dedicati appartamenti adeguatamente attrezzati. Vogliamo allontanare tutto ciò che evoca il contesto dell’ospedalizzazione. La struttura dell’hospice apparirà dall’esterno a tutti gli effetti come una caratteristica cascina toscana, all’interno in legno e rivestita all’esterno in pietra. Le camere e gli appartamenti avranno un giardino e ci saranno aree per attività comuni. Tutto, anche i muri e gli arredi, saranno intesi in un modo che nutra e unisca, anziché inaridire e dividere».

Il nucleo fondamentale dello staff, oltre a Bormolini, è costituito dalle dottoresse Barbara Carrai, Deborah Messeri e Annagiulia Ghinassi. Bormolini, oltre che presidente dell’associazione Tutto è vita, è docente al master di studi sulla morte e il morire per il sostegno e l’accompagnamento all’Università di Padova e metterà a frutto la sua competenza e la sua esperienza per assistere spiritualmente gli ospiti; Barbara è la vicepresidente dell’associazione, formatrice e counselor, conduce gruppi di auto mutuo aiuto sul lutto; Deborah è tanatologa e si occupa di percorsi di death education nelle scuole superiori; Annagiulia è psicoterapeuta e tanatologa, nonché coordinatrice dei punti di ascolto per il lutto della Toscana e si occupa di sostegno nell’elaborazione del lutto di bambini e adolescenti nelle scuole.

«Di tutto il personale, dipendente e volontario, verrà curata la formazione spirituale non confessionale, in modo che chiunque opererà nella struttura abbia gli strumenti per intercettare bisogni e segnali, fornendo risposte opportune e adeguate» spiega la dottoressa Ghinassi. «Risposte che saranno dirette non solo alla persona che sta morendo, ma anche ai suoi caregiver, che spesso sono i famigliari. E ce ne prenderemo cura anche dopo la scomparsa del loro caro, attivando la resilienza di tutti i protagonisti di fronte alla malattia e alla morte. La permanenza all’hospice non si ridurrà solo alle cure palliative farmacologiche, pure importanti; sarà offerta anche la cura della psiche, dell’anima e dello spirito. Noi diciamo che si potrà morire trovando il senso della vita».

PER CONTATTI E INFORMAZIONI:
www.borgotuttovita.it
www.tuttovita.it

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Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Gennaio 2020

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di Claudia Benatti


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