Glifosato: il nuovo DDT che piace a Bruxelles

Dopo il DDT, oggi è il turno del glifosato. L'Unione Europea ha rinnovato l'autorizzazione al suo impiego, schierandosi a difesa della lobby dell'agrochimica.

28 Dicembre 2017

C'era una volta il DDT, primo insetticida moderno a essere utilizzato su grande scala. Lanciato sul mercato per combattere tifo e malaria, sbarcò in Europa insieme all’esercito statunitense e dopo la Guerra ben presto il suo impiego si spostò in campo agricolo. A promuoverlo, in patria e all’estero, una grande campagna pubblicitaria dal tono più che rassicurante: «DDT: così sicuro che lo puoi mangiare».

In breve tempo, il suo uso favorì lo sviluppo di parassiti resistenti, costringendo al ricorso di dosi sempre maggiori. Parallelamente si manifestarono i primi distinguo nel mondo scientifico e accademico: il DDT risultò essere dannoso oltre che per gli insetti anche per gli animali superiori e l’uomo; tracce di DDT si ritrovarono nel grasso degli orsi polari, ma anche nel sangue umano e nel latte materno.

Nel 1959, la Food and Drug Administration (Fda) dichiarò che «[…] con tutta probabilità i rischi potenziali del DDT erano stati sottovalutati», e cominciò a porre alcune restrizioni. Nel 1962, un accorato allarme venne lanciato dalla biologa e ambientalista americana Rachel Carson, che nel libro Primavera silenziosa denunciò i danni del DDT a carico dell’ambiente e i rischi per la salute: alterazione del sistema endocrino, tumori, malformazioni congenite, disturbi della riproduzione. Occorreranno dieci anni di denunce e oltre 675.000 tonnellate di DDT prima che venga vietato negli Usa. Nel 1978 una direttiva ne proibì finalmente l’uso anche in tutti i paesi dell’Unione europea.

Dopo il DDT, numerosi sono stati negli anni i principi attivi prodotti per l’agricoltura e l’industria risultati nel tempo gravemente nocivi per la salute e dannosi per l’ambiente, come gli organofosfati (insetticidi a largo spettro d’azione), i PCB (policlorobifenili) presenti nei refrigeranti per i motori, l’erbicida 2,4,5-T, più noto come diossina, solo per citare i più tristemente famosi. Ogni volta ci sono voluti anni di campagne, proteste e denunce per costringere le autorità a ritirare dal mercato il veleno di turno.

Con il glifosato ci risiamo: nonostante le numerose evidenze scientifiche sulla sua tossicità, nonostante l’impegno dichiarato a difesa dell’ambiente e della salute dei consumatori, nonostante le dichiarazioni a favore del principio di precauzione, lo scorso novembre l’Unione europea ha rinnovato l’autorizzazione al suo impiego. Una scelta che ha fatto felici gli azionisti della Monsanto, produttrice oggi del glifosato come lo era ieri del DDT, ma che lascia molti dubbi e tanto amaro in bocca a noi consumatori. Dopo aver di fatto aperto le porte agli ogm, l’Unione europea si è così schierata nuovamente a difesa della lobby dell’agrochimica, confermando il grande disinteresse di Bruxelles per lo stato di salute dei cittadini, dei fiumi e delle nostre campagne.
Un contributo eccellente alla distruzione dell’ambiente e dell’idea stessa di Europa.

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Editoriale tratto dal mensile Terra Nuova Gennaio 2018

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di Mimmo Tringale


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