La mindfulness a scuola

La mindfulness è una pratica di meditazione che può rivelarsi utilissima per affrontare il bullismo nella scuola di oggi e le difficoltà di concentrazione e di relazione degli studenti.

29 Dicembre 2017

Introdurre novità vere, prospettive differenti e cambi di paradigma nella scuola di oggi non è sempre facile, può essere un percorso a ostacoli che genera diffidenza e addirittura fastidio in certuni che nel “sistema” si sono ormai adagiati, nel bene e nel male. Ma c’è chi non si arrende, chi persevera, chi insegue la propria creatività, coglie domande anche inespresse e cerca di formulare risposte, proponendo approcci che possono spianare la strada a un salto di qualità nell’educazione, nell’apprendimento e nelle relazioni. Antonio Vigilante è uno di questi.

Docente di filosofia e scienze umane al liceo “Piccolomini” di Siena, è pedagogista e studioso della nonviolenza, già direttore scientifico della rivista “Educazione Democratica”, poi trasformatasi in “Educazione aperta”. Lavora sulla sperimentazione della maieutica reciproca, realizzando una “scuola del dialogo” che rimette al centro la parola, la ricerca comune, l’importanza della relazione viva e autentica. Ed è l’autore di A scuola con la mindfulness , edito da Terra Nuova Edizioni.

Mindfulness è una parola che piano piano comincia a farsi strada, ma che ancora molti ascoltano con diffidenza o scetticismo. Soprattutto quando se ne parla nell'ambito dell'educazione e ancor più quando l'ambito educativo è quello della scuola. Ed è Vigilante a spiegarci perché questo accade e come se ne può uscire.

Cos'è la mindfulness e perché spesso nella scuola viene accolta con diffidenza?

«La mindfulness è l’antica meditazione buddhista vipassana. La sua diffusione è dovuta oggi principalmente all’opera del medico americano Jon Kabat-Zinn, che l’ha ripresa in un’ottica scientifica come metodo per affrontare lo stress; grazie a lui la pratica si è diffusa nel campo della psicoterapia cognitivo-comportamentale. In campo medico e psicologico, Kabat-Zinn si trovò ad affrontare resistenze che sono le stesse che si presentano oggi in campo pedagogico. La vipassana-mindfulness appariva come una pratica religiosa, qualcosa di estraneo alla scienza e al suo modo di procedere. In realtà è una pratica che non richiede nessuna particolare convinzione religiosa. Si tratta di fare due cose: prendere contatto con la propria esperienza, facendo con attenzione e consapevolezza azioni che generalmente facciamo con il “pilota automatico”, e analizzare noi stessi, partendo dalle sensazioni e giungendo agli stati mentali. Per molti la mindfulness è soprattutto la pratica che consente di superare ansia e stress aumentando la consapevolezza dell’esperienza quotidiana; in campo educativo è importante però evidenziare anche l’aspetto autoanalitico. Il “conosci te stesso” dell’oracolo di Delfi è uno dei fondamenti dell’umanesimo occidentale. Ma come conoscere se stessi? La filosofia occidentale antica ha elaborato quella che Michel Foucault chiamava tecnologia del sé, un sistema di pratiche con la funzione di far acquisire quel dominio di sé che rende possibile una vita felice ed equilibrata. La vipassana-mindfulness è, per me, una tecnologia del sé orientale, particolarmente efficace, che può e deve dialogare con la tradizione filosofica occidentale». 

Perché la mindfulness a scuola?

«Ci sono due possibili approcci. È possibile usare la mindfulness per affrontare problemi concreti, sempre più frequenti nelle scuole: difficoltà di attenzione e concentrazione, aggressività, bullismo, stress scolastico e attacchi di panico, o lo stress dei docenti che conduce spesso al burnout. C’è poi un approccio più strettamente educativo, quella che io chiamo Ebac umanistica, educazione basata sulla consapevolezza. In questo caso la mindfulness è messa al servizio di un percorso formativo che comprende tre momenti: la consapevolezza esistenziale, intesa come la capacità di osservare sé stessi e di non soccombere ai propri stati emotivi e mentali; la consapevolezza etico-relazionale, ossia la capacità di entrare con l’altro in una relazione basata sulla comprensione; la consapevolezza politica, il percepirsi come soggetti responsabili e agenti di cambiamento sociale. Perché lavorare in questa direzione? Ci preoccupa molto, e a ragione, il diffuso analfabetismo funzionale, l’incapacità di comprendere un testo scritto di media complessità pur sapendo leggere e scrivere. Ma esiste anche un non meno preoccupante analfabetismo etico e civile, i cui esiti sono le campagne d’odio, il razzismo, l’omofobia, l’indifferenza per il bene pubblico. La scuola deve combattere l’analfabetismo funzionale lavorando a fondo sui contenuti culturali, ma è chiamata anche a un delicato e complesso lavoro educativo per sviluppare negli studenti le qualità che consentiranno loro di diventare adulti capaci di comprensione, apertura, impegno civile. E mi sembra che la mindfulness, insieme alle pratiche dialogiche proprie della tradizione filosofica occidentale, che sono parte integrante dell’Ebac umanistica, possa essere efficace per questo scopo».

Come si traspone la mindfulness concretamente nella scuola?

«I docenti lamentano spesso il tempo che viene loro sottratto da attività varie. Figuriamoci se arriva qualcuno a proporre che si tolga tempo alle lezioni perfino per meditare. In realtà, inserire in modo sistematico la meditazione nella giornata scolastica richiede meno tempo di quel che si pensa. Possono bastare pochi minuti alla fine dell’ora di lezione per stabilire nella classe un clima di concentrazione e di raccoglimento di cui si avvantaggerà tutto il lavoro didattico. Una pratica più intensa può legarsi in modo organico a discipline come la filosofia o la psicologia, che hanno a che fare con la conoscenza di sé. Mi sembra che questa possa essere una via per ridare dignità pedagogica al concetto di saggezza».

Qualcuno potrebbe vedervi un modo subdolo di introdurre nelle scuole il buddhismo.

«Lo capirei se si trattasse di recitare dei mantra o qualche altra pratica legata al culto, ma la pratica centrale della mindfulness è la meditazione sul respiro. Si tratta semplicemente di essere consapevoli della respirazione, che normalmente avviene in modo automatico. Un momento successivo è la consapevolezza delle sensazioni e delle posizioni del corpo: camminare, sedere, mangiare non in modo automatico, ma essendo presenti e attenti alle sensazioni. Siamo al di qua di qualsiasi ideologia religiosa e c’è una ricca letteratura scientifica sui molteplici benefici di queste semplici pratiche».

Cosa consiglierebbe a chi, educatore e insegnante come lei, volesse iniziare questo percorso, affacciarsi a questa esperienza, per poi portarla nelle classi e nelle scuole dove lavora ogni giorno?

«Il mio consiglio è di imparare la meditazione in qualche centro o monastero buddhista, come il Santacittarama, vicino Rieti, o frequentando qualche gruppo di meditazione. In questo modo sarà possibile imparare in modo gratuito, senza che venga chiesta alcuna adesione al buddhismo; si richiede solo un atteggiamento rispettoso e di attenersi a un codice comportamentale minimo. Una scelta più radicale può essere quella di frequentare uno dei corsi intensivi, gratuiti, tenuti dall’associazione Vipassana Italia, che segue la tradizione del maestro laico birmano Goenka».

di Terra Nuova


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