Perché ridurre il consumo di bottiglie di plastica

L'Italia ha il primato nel consumo di acqua in bottiglie di plastica, ma questa "comodità" ha un prezzo altissimo: la compromissione dell'ambiente in un modo che sta divenendo irreparabile. Dobbiamo dire basta.

12 Agosto 2017

Nel 1973 un ingegnere meccanico della Pennsylvania, Nathaniel Wyeth, riuscì nell'impresa di brevettare un materiale capace di contenere soda in bottiglia senza rischio di esplosioni: il PET. La bottiglia in plastica ad uso alimentare, che vede in quest'episodio il suo atto di nascita, divenne di lì a breve uno dei beni di consumo più diffusi al mondo.

Che il PET offra dei vantaggi è indubbio ed è evidente se si considera, ad esempio, la facilità con cui è possibile effettuarne il trasporto. Ma il prezzo da pagare è troppo alto per l'ambiente. In poco più di quarant'anni il PET ha avuto un impatto tale da mettere a repentaglio un ecosistema sviluppatosi in millenni: compromette la vita negli oceani, per esempio.

Numeri alla mano, l'Italia ha il primato europeo di consumo di acqua in bottiglia pro capite, arrivando a consumarne una quantità annua tale da riempire il colosseo otto volte. Questo primato stupisce, specie se si considera la quantità di sorgenti naturali presenti sul territorio. Per ridurre la quantità di plastica immessa nell'ambiente un primo passo potrebbe consistere nell'uso consapevole del PET: spesso l'acqua del rubinetto è un'alternativa di tutto rispetto, dati i restrittivi standard qualitativi cui deve sottostare. In ogni caso, qualora ci fossero dubbi su eventuali proprietà nocive dell'acqua corrente, è sempre possibile recarsi presso enti locali appositi per effettuare i test necessari.

Fare un uso cosciente del PET è fondamentale in tempi in cui le risorse del pianeta non riescono più a tenere il passo con il costante incremento dei consumi.

Spesso si tende a considerare il problema della bottiglia in plastica esclusivamente in relazione alla questione del suo smaltimento. In verità, le stesse emissioni di carbonio derivanti dal processo di produzione giocano un ruolo predominante in termini di impatto ambientale, a cui si aggiungono quelle derivanti dal trasporto. L'impronta lasciata dalle emissioni di CO² in un anno, sulla base del consumo mondiale, sono di una quantità tale da poter esser bilanciate solo da una foresta estesa quanto la Gran Bretagna.

Queste emissioni si sommano poi a quelle prodotte tramite lo smaltimento di PET via inceneritori, con il rischio di generare pioggie acide e infiltrazioni nel suolo - rischio comunque presente anche nello smaltimento tramite discariche, dato che molto spesso le pioggie fanno defluire materie tossiche negli strati di sottosuolo adiacenti.

Nonostante queste modalità di smaltimento, 22mila tonnelate di PET finiscono comunque nell'oceano a cadenza giornaliera, andando a minacciare tanto la salute delle acque che degli animali orbitanti attorno a quell'ecosistema. Ad esempio, 9 su 10 uccelli marini hanno tracce di plastica nello stomaco.

Il minimo che possiamo fare, nel nostro piccolo, è informarci ed esser più consapevoli quando utilizziamo bottiglie d'acqua in PET, affinché possiamo lasciare un pianeta migliore alle generazioni future.

Infografica TradeMachines

di Diego Parravano

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