Turista responsabile? Ahi ahi ahi!

Tutte le contraddizioni del viaggiatore ecologicamente responsabile.

12 Agosto 2017
Turista responsabile? Ahi ahi ahi!

Sono molti anni che cerco di orientare gran parte della mia vita verso scelte responsabili ed ecologicamente compatibili, ma a una cosa non ho mai saputo (e forse mai voluto) rinunciare: i viaggi. Ed ecco che, seppur non tutti gli anni, con un senso di colpa strisciante, prendo un aereo e vado a visitare un luogo lontano nel mondo. Parto, zaino in spalla; dormo solo in strutture locali, mangio locale, viaggio a piedi o in autobus, finanzio progetti che aiutano le popolazioni autoctone e così via.

Ed eccomi giunto quest’anno in Indocina: siti archeologici, paesaggi incantati, città caotiche, deforestazione, spazzatura, mare incontaminato, mare inquinato, religioni antiche e poteri moderni. Tutto si mischia e si scontra in questi paesi dai volti gentili e vagamente assenti. Le contraddizioni sono all’ordine del giorno, quelle che vivono gli abitanti locali e quelle che vivo io, che mi trovo di passaggio.
Ecco, ora ad esempio sono giunto in un’isola davvero incantata. Intorno a me, giungla ovunque.
Man mano che le ore passano la mia frustrazione sale. Devo scegliere…

Devo scegliere se fermarmi in spiagge «non turistiche», frequentate da gente locale e sommerse di spazzatura, o spiagge «turistiche», con bungalow vicino alle onde e bagnasciuga pulito e (apparentemente) incontaminato. Io non lo so, mi sento in colpa, soffro nel vedere la spazzatura, soffro per ogni singolo albero tagliato.
Penso che, se fossi rimasto a casa, forse non avrei contribuito allo scempio, poi mi chiedo se invece frequentando alcuni luoghi non possa contribuire alla loro salvaguardia. Lascio l’isola e riprendo uno dei mille autobus. Di nuovo i paesaggi immacolati si alternano a quelli devastati. Le ruspe dello «sviluppo» si mangiano montagne e colline, straziano il mio cuore. Incessante, come un martello pneumatico, una domanda mi sovrasta: possiamo fare qualcosa? Non lo so. Gli abitanti locali, che sempre tendiamo a mitizzare, mi sembrano totalmente inermi, indifferenti.
Guardandomi intorno ho l’impressione di essere circondato da popolazioni che hanno assunto ogni difetto dell’Occidente senza averne incarnato nemmeno un pregio. «Forse gli mancano gli anticorpi» mi dico, mentre il mio cuore sanguina.

Quando cammini per una città asiatica ogni secondo, ad ogni passo, ti offrono un «tuc tuc», un cocco, una banana. «Compra, compra, compra», ripetono come un mantra. Tu sai che devi trattare, tratti, tratti e vinci! Vinci…
Ti senti un pezzente, a trattare per un euro, ma forse è la loro cultura, ti dici. La nostra cultura, la loro cultura. Tutti agiamo in nome o contro una cultura, e finiamo col dimenticare chi siamo. Qui sembra che tutti vogliano fregarti. Anche tu, che normalmente ti senti più povero che ricco, vieni visto come un salvadanaio che cammina. E non solo da gente povera o disperata, ma anche da gente «comune», che in alcuni casi è persino più «ricca» di te. E così diventi diffidente, cammini veloce, non vuoi comprare l’ennesima banana, non vuoi un «tuc tuc», non vuoi un massaggio, non te ne frega niente dei magnifici e magnificati mercati.

Un viaggio da incubo, dunque? No, in realtà è stato un viaggio magnifico.
Ho vissuto giornate splendide, visitato luoghi indimenticabili, esplorato grotte, arcipelaghi, foreste, siti archeologici. Ma il dolore, silenzioso, mi ha sempre accompagnato. Lo ha fatto in questo viaggio come in tutti i viaggi della mia vita, compresi quelli a piedi, in treno o in camper, nel mio paese.
Quando viaggio spengo il telefono, non guardo le email, niente social. Stacco da tutto, ma cerco di non staccare mai la spina della mia consapevolezza.
Una volta ho letto una citazione: «La consapevolezza è un incubo». Per certi versi è vero.

E così a volte mi arrendo, o quasi. Mentre sto per arrendermi alla disperazione, per fortuna un pensiero mi salva. «E se non fossi solo? In fondo, io sono qui, in silenzio, che soffro. Ma sto zitto, sto fermo. Intorno a me, forse molti altri stanno provando quello che provo io».
Allora devo trovare un modo per scoprirlo. Dobbiamo incontrarci, possiamo incontrarci! Possiamo attivarci, intervenire, possiamo cambiare le cose. Spero che sia così, sogno che sia così, voglio che sia così! E allora, una domanda torna a martellarmi dentro: «Possiamo fare qualcosa?» Sì, possiamo. O possiamo quanto meno vivere nel tentativo di farlo.

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Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Luglio-Agosto 2017

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