La bontà è una questione di allenamento

La gentilezza e la tenerezza possono essere allenate, migliorando benessere emotivo e salute. Gli studi di Richard Davidson.

14 Dicembre 2017
La bontà è una questione di allenamento

«E pensare che mi davano del pazzo... Ma è proprio così che cominciano le grandi storie". È iniziata così la storia di Richard Davidson1, fondatore e direttore del Center for Healthy Minds2 dell’Università del Wisconsin a Madison. Lui, una delle menti più brillanti nel campo delle neuroscienze e con un Phd all’Università di Harvard, deve tutto dapprima a un viaggio in India quando ancora era studente universitario, poi all’incontro con il Dalai Lama. In India ha intuito gli effetti della meditazione sul cervello, «scoprii che una mente calma può indurre benessere in qualunque tipo di situazione» spiega. «Ero al secondo anno di Harvard, i miei professori mi presero per folle»; eppure quando poi, nel suo ruolo di neuroscienziato, si dedicò a studiare i fondamenti delle emozioni, constatò che con la meditazione «le strutture del cervello potevano modificarsi nel giro di appena due ore».

Ma Davidson non si è fermato lì. E se oggi da analisi di laboratorio è stato dimostrato che meditare ha effetti persino sull’espressione genica e che può aiutare nel trattamento della depressione, lo si deve anche ai suoi studi. Conobbe il Dalai Lama nel 1992, e la sua vita cambiò. Sua Santità gli disse: «Ammiro il vostro lavoro, ma penso che sia molto centrato sullo stress, sull’ansia e sulla depressione. Avete mai considerato di concentrare gli studi della neuroscienza sulla gentilezza, la tenerezza e la compassione?». A quel punto Davidson promise che avrebbe fatto tutto il possibile affinché quelle «virtù» fossero al centro della ricerca della conoscenza, ben sapendo che erano parole mai nominate prima in uno studio scientifico.

E non sono mancate le sorprese, positive ed estremamente interessanti. Innanzitutto Davidson ha scoperto che «c’è una differenza sostanziale tra empatia e compassione». «L’empatia è la capacità di sentire ciò che sentono gli altri, la compassione è uno stadio superiore, quando ci sono l’impegno e gli strumenti necessari per alleviare la sofferenza». Inoltre è emerso che «i circuiti neurologici che portano all’empatia e alla compassione sono diversi, e la gentilezza fa parte del circuito della compassione».

Una delle scoperte più importanti di Davidson è che «la gentilezza e la tenerezza si possono allenare a qualsiasi età», anche se iniziare fin da piccoli ha un grande valore aggiunto. «Gli studi ci dicono che stimolando la tenerezza nei bambini e negli adolescenti, migliorano i loro risultati scolastici, il loro benessere emotivo e la loro salute». E coltivando la compassione si agisce direttamente sull’area del cervello deputata al movimento: «La compassione ci permette di muoverci per alleviare la sofferenza».

Ora Davidson ha messo a punto una sorta di «piattaforma» per divulgare quello che chiama «il programma per le menti sane», che si basa su quattro pilastri: l’attenzione; la cura degli altri e la connessione con essi; la capacità di essere una persona aperta, non chiusa nei propri pensieri e sentimenti.

Insomma, conclude Davidson, «la base di un cervello sano è la bontà»3, in tutte le sue accezioni e sfumature, e la si può allenare in modo scientifico, cosa che non è mai avvenuta prima. Così facendo, si dà vita a reazioni a catena che cambiano la vita. In meglio.

Note
1. www.richardjdavidson.com
2. www.centerhealthyminds.org
3. http://goo.gl/NrqzUj

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Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Dicembre 2017

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di Alexis Myriel


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