Ce lo chiede l'Europa? No, la Sicilia! Note Selvatiche

31/01/2017 di Gabriele Bindi

Cosa ci fa la statua di Garibaldi nelle piazze siciliane? La regione più ricca di risorse e biodiversità, messa al palo dagli interessi della nazione, da sempre sfruttata come colonia, ha bisogno di liberarsi dalla dipendenza di Roma.

La Sicilia è una regione ricca. Ricchissima. Nell'ultimo viaggio che ho fatto sull'isola ho potuto vederlo e toccarlo con mano. Ma in fondo basta citare qualche numero. La Sicilia detiene circa il 25% di tutta la biodiversità europea, con centinaia di varietà di cereali. Vanta il più alto numero di siti dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità. È la regione con la maggiore estensione di agricoltura biologica in Italia il più alto numero di aziende bio. Ha una fertilità e una capacità rigenerativa dei suoli senza pari in Europa. L'elenco potrebbe continuare, ma andiamo al sodo: dove è finita tutta questa ricchezza? Chi la possiede? È possibile, che la Sicilia venga sempre rappresentata come una Cenerentola in attesa del suo principe?

“Siete ricchissimi!”. Il mio stupore è stato così grande, che ho ripetuto questa frase come un ebete di fronte ogni persona incontrata. Sintetizzando al massimo ho raccolto due tipi di reazione. La prima, più assordante, risuona nei bar e nei salotti televisivi e dice più o meno questo: il problema della Sicilia sono i siciliani. Con il loro clientelismo, l'omertà, il familismo, la svogliatezza. La soluzione? Aiutateci voi! La seconda campana racconta un’altra storia. Parla di colonialismo, sfruttamento, distruzione sistematica delle comunità e delle sovranità territoriali, a cominciare dal cibo e dalle risorse energetiche. E dice una cosa ben precisa: i grossi problemi della Sicilia, incluso lo strapotere della mafia, sono nati dal 1861 in poi, dopo l'annessione al Regno d'Italia. La soluzione? Lasciateci governare davvero il nostro territorio!

Ho seguito l'eco di questa seconda campana, e ho cominciato a riflettere. Partiamo da cose piccole, come il decoro urbano. Se c'è un immagine che trovo poco decorosa per le piazze delle città siciliane è il mezzobusto in marmo di Garibaldi, la variante bronzea del condottiero a cavallo. Per non parlare delle strade intitolate a Francesco Crispi o Nino Bixio!

Come si può continuare a sventolare con indifferenza la bandiera insanguinata del Risorgimento italiano sulle piazze siciliane? Servirebbe maggiore rispetto per l'anima ferita di queste comunità. Un atteggiamento che continua a stuzzicare lo spirito indipendentista, mai sopito sotto le ceneri dell'Etna. Chi ci dice del resto che l'autonomia siciliana, scritta sulla carta, sia stata davvero rispettata?

La storia, si sa, non prevede risarcimenti in contante. Ma non si può pretendere che sia il nostro barbuto eroe nazionale a vegliare sulle pubbliche piazze dell'Isola. Lo stesso Garibaldi, vent'anni dopo, volle togliersi qualche sassolino della scarpa parlando di “oltraggi incommensurabili” subiti dalle popolazioni meridionali. “Non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale” scriveva nel 1868 “temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”.

Prima di riempirci la bocca di retorica buonista verso il Sud, bisogna ricordare che lo sbarco dei Mille raccontato in salsa tricolore nelle scuole e nei centri di cultura di tutta la penisola è una ferita ancora sanguinante. Ho sentito spesso parlare di colonialismo durante il mio viaggio nell'entroterra di Messina. Di perdita di sovranità, di smembramento sociale. Di quasi 160 anni di storia vissuti ai margini, in preda ai poteri comandati a distanza. Allucinazioni? Sterili rivendicazioni ideologiche?

La Sicilia è il nostro Sud del Mondo, l'isola del tesoro, la miniera da sfruttare. Dove si costruisce oggi il Muos, dove confluisce tutto il gas della Libia e dell'Algeria. E tuttavia l'ospitalità dei siciliani continua a essere impareggiabile. Abbiamo molto da imparare da questa gente che reclama un riscatto, a cominciare dal modo di produrre, coltivare, scambiare saperi e conoscenze. Dovremmo guardare alla Sicilia, come a una regione d'avanguardia. Perché a distanza di secoli, continua a essere un modello di convivenza civile tra popoli e culture diverse del Mediterraneo. Perché continua a essere il nostro granaio, dove oggi centinaia di piccoli coltivatori che riscoprono i semi autoctoni, per proteggere la propria biodiversità dalle grinfie delle multinazionali. I libri di scuola forse non si possono riscrivere, ma il futuro, quello non è ancora del tutto segnato. L'Europa forse, stavolta, non ce lo chiede, ma la Sicilia sì.

Posta un commento

Inserisci entrambe le parole sottostanti, con o senza spazi.
Le lettere non sono case-sensitive.
Non riesci a leggerlo? Provane un'altra