Il documento di Civiltà Contadina I Semi e la Terra

09/10/2017 di Teodoro Margarita

“Cosa ci verranno a dire i ministri dell'agricoltura al G7 di Bergamo, cosa hanno da dire le realtà contadine italiane”.

Il documento di Civiltà Contadina

Nei giorni 14 e 15 ottobre 2017, si terrà a Bergamo il G7 dell'agricoltura. Il G7 è l'incontro dei sette paesi più sviluppati e più importanti tra le economie mondiali. I paesi rappresentati sono gli Usa, il Canada, il Giappone, la Gran Bretagna, la Germania, la Francia e l'Italia, paese ospitante. Più conosciuto era il G8, comprendente anche la Russia.

Cercando in rete non si trovano documenti, da parte dei ministri di questi paesi, che possono illuminarci sul tipo di intese che troveranno, se ne troveranno, e sul modo di affrontare le sfide che ci mettono davanti i tempi attuali e i rischi che incombono sul mondo dell'agricoltura o, più in generale, sul mondo intero.

Certamente non è l'economia che può risolvere il problema dell'agricoltura. Il cambiamento climatico si attua con forza e muta, altera, il modo stesso di fare “agricoltura” sul pianeta.

Dobbiamo prendere per buono quanto viene pubblicato dai giornali circa le dichiarazioni dell'On. Martina, nostro Ministro per l'Agricoltura e le Foreste. Dobbiamo, per forza, analizzare e cercare di capire tra le righe, tante dichiarazioni di intenti e quello che il rappresentante italiano andrà a dire, se lo dirà.

Una cosa è certa. Volendo porsi nell'ambito di una contestazione a questo vertice “agricolo”, sarebbe importante mettersi d'accordo su un concetto dirimente: cos'è l'agricoltura? Che cosa significa ai nostri tempi? Nell'epoca degli Ogm, della totale intercambiabilità e interdipendenza tra la chimica e la farmacia, tra la biotecnologia e l'agronomia, nell'epoca dei futures e derivati sui raccolti, ha ancora senso parlare di agricoltura, quando ne ragionano i vertici di questo sistema?

Tanto per fare un esempio chiaro e accessibile a tutti, è agricoltura imporre nel Burkina Faso il cotone BT della Monsanto, per poi accorgersi (e se ne sono accorti i contadini) che quel cotone fa morire le bestie, ha rese basse, costa molto di più di quello convenzionale e la sua monocultura, coltivazione su larga scala, impoverisce il suolo e i contadini? Il governo del Burkina Faso, e l'esempio non lo abbiamo scelto a caso e vedremo perché, ha deciso di vietare del tutto quella semente Ogm, imposta ai contadini dall'organismo statale Sofitex. È agricoltura, questa? Si può definire “cultura del campo” qualcosa che il campo non lo coltiva, non ne preserva la fertilità, non arricchisce il suolo ma lo sterilizza e impoverisce, impoverendo e costringendo alla fuga le persone (i più fortunati, quelli che hanno qualche risorsa, sui barconi verso l'Europa)? Si può chiamare “agricoltura” questa? O, piuttosto, non è, secondo la definizione calzante di Massimo Angelini, “attività estrattiva”? Ovvero trattare la terra e i suoi abitanti come delle variabili dipendenti del sistema che, innanzitutto, drena risorse dai poveri verso i ricchi, sottomette, impone, con la copertura della scienza asservita al dominio, lo “scientismo”, puntando ad arricchire i centri di potere delle sementi, i giganti dell'agro-industria, dell'agri-bio-tech nel mondo occidentale.

No che non è agricoltura. Se comporta desolazione, villaggi abbandonati, disperazione, i suicidi dei contadini indiani per colpa dello stesso cotone BT della Monsanto, la riduzione di vaste terre, un tempo fertili, in miniere a cielo aperto di varietà OGM destinate alla sola esportazione, a basso costo, verso le manifatture o verso il bestiame, nel caso della soia, occidentali. Questa non è cura del campo.

Il Burkina Faso ha conosciuto Thomas Sankara, che proclamava la necessità di “un orto, una scuola, un pozzo in ogni villaggio”. Ovvero, sosteneva che l'indipendenza vera di un paese sta nella sua terra, nella sua cultura, nell'agevolare donne, uomini e bambini nella vita reale e concreta di ogni giorno.

Thomas Sankara è stato ammazzato.

Il Burkina Faso conosce un contadino, Jakouba Sawaogo, dapprima osteggiato, che piano piano, con la forza del patriarca, figura di evocazione biblica ma reale e viva come non mai, ha riproposto e ripristinato la pratica dello “zai”, che prevede la coltivazione in fosse, in ampie buche sul fondo delle quali porre letame bovino e poi terriccio, per poi seminare. Jakouba inoltre ha riportato a praticare la policultura, ovvero mettere a dimora alberi resistenti e alberi da frutta. Quello che ha fatto, ovvero rinverdire un'area talmente vasta da essere visibile dai satelliti, tra il Burkina e il Mali, è raccontato nel film-documentario che gli è stato dedicato The man who stopped the desert, L'uomo che fermò il deserto.

Jakouba è vivo e vegeto. Contadino non diplomato, non è agronomo e nemmeno ministro, ma ha saputo compiere il miracolo che le università asservite non sanno o non vogliono compiere perché un popolo che giace sotto il dominio della pretesa “scienza” non è un popolo libero e, soprattutto, perché questo cambiamneto non apportarebbe profitti alle quattro o cinque grandi corporation che nel mondo si spartiscono la torta grossa delle sementi, ovvero Monsanto-Bayer, Syngenta, Dupont, Dow, che da sole detengono il monopolio di oltre il 60% del mercato.

Un'altra pratica, la “milpa” ovvero la policultura di mais, fagioli, zucche, girasoli, amaranto e quinoa nel continente americano, praticata da millenni dalle popolazioni amerindie, è “agricoltura”, ovvero attività di rispetto del suolo, conoscenza dei popoli nativi, che preserva e nutre la terra e gli uomini.

In questa nostra nuova epoca, che gli studiosi hanno voluto chiamare “antropocene”, caratterizzata da cambiamenti climatici imponenti, rialzo delle temperature in ogni parte del mondo (come riconosciuto da tutti, persino dai capi di stato, con l'eccezione di Trump), è possibile continuare a praticare un rapporto con la terra che non ne tenga conto? È possibile continuare a disboscare le foreste pluviali per fare spazio a piantagioni di olio di palma o di soia, destinati al consumo animale dei paesi ricchi? È possibile continuare ad alimentare il deserto non riconoscendo ai popoli la loro capacità di stare in contatto intimo, umano con la Madre Terra, la Pacha Mama, o come vogliamo chiamarla?

È possibile non accorgersi che quello che ha fatto un contadino del Burkina Faso è saggio e giusto?

Perché non si tiene conto né dei cambiamenti climatici né del fatto, indubitabile, che la terra è un composto di milioni di esseri viventi? Cosa ci verranno a raccontare i ministri dell'agricoltura dei governi degli stati più ricchi del mondo? Trump verrà a raccontare ancora che il cambiamento climatico è una bufala cinese? Cosa si diranno tra loro? Cosa dirà il nostro ministro, Martina, a Trump? O al ministro che il presidente Usa ha nominato?

Diranno quello che, aldilà e oltre le belle parole, sta dicendo Martina, che sta riempiendo la stampa di Slow Food e tipicità italiane, di specificità dell'agricoltura italiana. Che la soia che mangiano i nostri animali nelle stalle degli allevamenti industriali sia soia Ogm, non lo dice? Che bisogna intervenire sulle politiche comunitarie e smetterla di foraggiare, mai termine fu più adatto, i soliti noti, con la loro “agricoltura intensiva” e idrovora (l'80% dell'acqua in pianura padana viene bevuta da questa agricoltura e le falde in molte aree non sono più disponibili, prosciugate del tutto, tanto che le pompe ormai, aspirano acque salmastre, inutilizzabili) non viene detto?

Quello che diranno loro. Quello che diremo noi.

Vorremmo ricordare i nostri fratelli Mapuche, la rete di salvatori di semi cileni, Wallmapu; vorremmo ricordare le loro terre espropriate da Benetton; vorremmo ricordare un loro grande manifesto: “ Mi seppellirono, ma essi non sapevano che io ero un seme”. Vorremmo ricordare con evidenza di parole d'ordine, di striscioni, di murales; vorremmo che la musica e l'arte approfondissero e appoggiassero la lotta per la terra.

È su questo che vorrei concentrare l'attenzione. L'attenzione della "Rete bergamasca contro il G7 sull'agricoltura" e di chiunque, anche fuori da essa, voglia tentare di capire, e non è facile, cosa succede nel delicato e complesso mondo della produzione del cibo.

“Il cibo non è una merce. La Terra non è un supermercato”, è un concetto elaborato da Genuino Clandestino. “Tierra y libertad”, invece, è lo slogan che dobbiamo a Emiliano Zapata, rivoluzionario e contadino. In questi decenni di attività come "seedsaver", salvatori di semi, abbiamo avuto modo di incontrare una pluralità incredibile di soggetti. Abbiamo conosciuto dirigenti del Movimento Sem Terra, un'infinità tra contadini, orticoltori, allevatori o anche un mondo giovanile che in maniera irruenta ed entusiasta si è avvicinato alla terra. A tutti abbiamo detto: “Bisogna partire dal seme, dal buon seme.” Facciamo la nostra parte, la parte originante e originaria, siamo la pars costruens, quella parte che mette a disposizione le conoscenze incredibili insite nel seme antico, originario, rurale, “heirlooms seeds” eredità di famiglia, come li chiamano gli Inglesi. Abbiamo provato a elaborare, scrivere, con la penna e con la vanga, una cultura-coltura diversa. Siamo stati nel movimento, vasto, contro Expo “Affamare il pianeta. Arricchire la finanza”. Siamo parte di una moltitudine che nel mondo scambia semi, ricerca e custodisce. Non alle isole Svalbard, non in luoghi lontani e inaccessibili ma nei nostri orti e qui, in Lombardia, tra Como e Bergamo, ci siamo chiesti come e dove, ricercare sementi diverse. Sementi che si adattano e reagiscono nella loro vitalità intrinseca, ai cambiamenti climatici.

Se scrollando una pianta di mais ibrido questa viene via, le nostre sementi, invece, hanno radici forti, vigorose, sono piante che conoscono la terra e la luna, che arrivano da tradizioni in cui il contadino non era ancora stato spossessato del suo sapere. Era una persona, un uomo a tutto tondo che nel suo dialetto sapeva pensare, decidere, indirizzare la sua fattoria.

“Dopo un raccolto, ne viene un altro” e ci si dimentica che la più grande medaglia d'oro della Resistenza italiana, la cui figura giganteggia sullo stendardo dell'ANPI era un contadino, papà Cervi. Siamo stati a conoscere i suoi eredi e il suo spirito libero, la sua mente aperta di uomo della campagna curioso e innovatore ci ha conquistato. Che dopo un raccolto ne viene un altro, è una grande e nobile verità. Purchè le sementi non siano sterili e non debbano essere sempre ricomprate dai soliti padroni della vita e della morte, quali Monsanto e company.

Neil Young ha dedicato un grande album, Monsanto years, a queste nostre tematiche. Noi vorremmo che questo risuonasse nelle nostre piazze alternative alle cene di quei ministri. Vorremmo organizzare un grande scambio di sementi e il loro dono a quanti verranno.

Ci siamo e ci saremo, anche dopo, a tenere laboratori, incontri, informare un mondo più vasto possibile. Oggi più che mai dobbiamo farlo; è un nostro preciso dovere mescolarci, tra campagna e città, contadini e cittadini, laddove sia “contadino” che “cittadino” significano persona libera e autodeterminata. La rete dei salvatori di semi italiana, connessa a livello europeo e mondiale, ha altro da dire rispetto alle petizioni di principio del ministro Martina.

Individuare le loro contraddizioni e costruire la nostra alternativa dal basso appunto, dalle radici, è il nostro compito. E dobbiamo agire adesso. All'interno di questa rete, il posto di Civiltà Contadina è nella diffusione delle buone pratiche agricole, nell'acquisizione di conoscenze, nella diffusione delle sementi recuperate, nella condivisione di un sapere che ci viene da lontano e intendiamo vada lontano. Le sementi non appartengono alle multinazionali, le sementi non appartengono nemmeno ai contadini. Le sementi, le buone sementi, appartengono ai bambini.

Vorremmo vedere mobilitarsi una realtà di contadini per passione, di allevatori, e sappiamo che sono tanti, e loro alleati dei Gas, e tutte le persone che concordano con noi che bisogna praticare e da subito, una agricoltura altra che liberi la terra e gli uomini.

Il buon seme si salva stando insieme.

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Per info:

teodoromargarita109@gmail.com

3396225872

www.civiltacontadina.it

Civiltà Contadina

www.teodoromargarita.wordpress

“ Mi seppellirono, ma essi non sapevano che io ero un seme”. STEFANIA

24/10/2017 11:50

BELLISSIMO ARTICOLO E MOLTO CORAGGIOSO, VORREI CHE DIVENTASSE "VIRALE", e che non fosse obbligatorio alcun vaccino per leggerlo!

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